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Risponde MASSIMO BIGNARDI (Critico d'Arte e curatore) 
Risponde MASSIMO BIGNARDI (Critico d'Arte e curatore)


L’emergenza di questo momento sta cambiando il paradigma o consideri che una volta passata tutto riprenderà come prima?

Penso sia difficile che le tessere del mosaico lasciato alle nostre spalle nei giorni dello scorso febbraio, tornino al loro posto. La realtà che abbiamo vissuto in quei giorni e viviamo oggi, in cui le immagini televisive ci mostrano file di camion dell’esercito trasportare le salme di quanti ad oggi sono vittime del COVID 19 – e non sappiamo per quanto tempo si proietterà – scava nei nostri modi di fare. Voglio dire che scavano, e il processo è già in atto, nelle abitudini, nei caratteri, nelle aspirazioni e, soprattutto, nei rapporti che avremo con l’altra “realtà” che ci attende al di fuori del tunnel. Insomma immagino, mi immagino, un uomo che ha fatto frutto di una solidarietà senza limiti e che guarderà il globo con una coscienza costruttiva. Un uomo che non cede ai bagliori degli specchi della mondanità, alle artificiose apparenze, attento, invece a calarsi nelle profonde ombre, nelle crepe della contemporaneità.

Cosa cambierà e perché?

Dovrà cambiare il nostro rapporto con il pubblico, ossia con la ‘cosa pubblica’, ciascuno responsabilizzandosi e insegnare (questo vale, particolarmente, per chi vive le molteplici realtà della scuola di ogni ordine e grado) a chi fino a giorni fa cercava scorciatoie, della necessità di responsabilizzarsi. Far comprendere, però, con la stessa forza che non c’è più posto per le scorciatoie, tantomeno per le iniquità. Un sistema meritocratico non deve essere fattore di separazione, bensì aspirazione e un tendere comune. In questo lo Stato, le Istituzioni che traducono le leggi devono fare concretamente la loro parte. Penso che avremo, almeno lo avranno maggiormente le nuove generazioni, una possibilità di elaborare progetti e azioni che daranno concrete realtà nel mondo del lavoro, dei rapporti sociali: ci sarà, me lo auguro per tutti noi, in particolare per le migliaia di studenti che ho visto passare davanti ai miei occhi nei quarant’anni d’insegnamento. Per noi tutti auspico un nuovo umanesimo; uno sguardo attento, inclinato verso il basso che consideri la terra che è sotto i suoi piedi, terra di tutti. Cambierà anche il nostro modo e quello degli stranieri, di guardare l’Italia: è un processo in atto e mi auguro che dilaghi con rapidità dal Nord al Sud.
Perché cambierà? Dopo un evento mondiale, una guerra senza confini e combattuta nelle trincee allestite nelle corsie degli ospedali, nelle tende da campo, nei posti di blocco che limitano la strada all’invisibile nemico, non possiamo aspettarci di ritrovare l’uomo che abbiamo lasciato poco meno di un mese fa. Saremo diversi.

Cosa succederà nel mondo dell’arte, cambierà il pensiero? Cambieranno i linguaggi? Cambierà il mercato? Cambierà il sistema?

Mi auguro che cambi il sistema, il mercato e di quest’ultimo non la sua capacità di porre in contatto la creatività con il pubblico, con la sua coscienza, quanto gli aspetti effimeri, il privilegiare l’idea di un circuito d’élite e il sempre crescente interesse a consacrare schemi culturologici. Insomma, mi auguro, che ci sia l’interesse a porsi in una prospettiva orizzontale, mettendo da parte il verticismo che domina l’attuale sistema dell’arte. L’arte è un processo che ha guardato e guarda al futuro: oggi è ripiegata sull’effetto, cioè su quanto appare sull’immediato per spegnersi rapidamente. Una colla che non incolla socialmente ma accentua le distanze; tiene banco sui giornali, a caccia di scoop, di eccentricità, di soluzioni che sul piano dei linguaggi finiscono per scoprirsi ‘giochini’, oppure sulle riviste che pensano o hanno pensato di fare da battistrada. Gabinetti d’oro, teschi con diamanti incastrati, banane insomma una messa in scena fine a se stessa, dovranno lasciare il posto a lunghi ripensamenti sul ruolo che da millenni, rinnovandosi in progressiva continuità, l’arte ha svolto e svolge come DNA dell’umanità. La realtà effettiva vive di immagini, che non sono i concetti di piccola portata rivolti alla piccola cerchia di una pseudo elitaria intellighenzia, bensì hanno un valore di testimonianza di un’identità esistenziale. Lo attestano quelle che ora stanno facendo il giro del mondo, toccando le coscienze in scala mondiale. Non vorrei essere frainteso, ossia non vorrei passare per chi si scandalizza davanti agli esempi poc’anzi citati, rischiando di essere frainteso. Un solo esempio per tutti. La ruota di Duchamp, l’“orinatoio”, il nichilismo di Dada, specchiavano la condizione di un’umanità calata nel dramma della prima guerra mondiale. La domanda che Duchamp poneva non era tanto cosa rappresentasse l’oggetto portato sulla scena dell’arte, quando la domanda che esso poneva alle coscienze dell’uomo di cosa fosse l’arte.
L’augurio è che questa domanda possa tornare a porsi nuovamente. Quando sarà, quando la drammatica esperienza del COVID 19 sarà alle spalle, vorrei tornare a confrontarmi su questa domanda e non restare ad assistere, dall’isolato angolo dei miei pensieri, alle rituali liturgie di una società decadente.

Massimo Bignardi